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SETTANTADUE LETTERE

Idea: 5/5 Trama: 5/5 Stile: 4/5

Titolo Originale: SEVENTY-TWO LETTERS
Autore: Ted Chiang
Anno: 2000
Genere: Ucronia
Edizione: Antologia Storie della tua Vita

 

Commento:
Spettacolare racconto ambientato in un universo alternativo dove la riproduzione umana avviene seguendo la vecchia teoria dell'"homunculus", secondo la quale ogni persona sarebbe il risultato dello sviluppo di una sorta di modellino in miniatura contenuto nello spermatozoo. Una terribile scoperta cambia però radicalmente lo scenario... Elementi scientifici rivisitati in una chiave completamente originale ne fanno un racconto davvero imperdibile!

Trama (attenzione spoiler!):
Robert Stratton, il protagonista, è un nomenclatore inglese. La nomenclatura è la scienza, nata dalla cabalistica ebraica, che studia i nomi, formati ciascuno da 72 lettere: esiste l’universo fisico e l’universo lessicale e ogni oggetto possiede dei buoni nomi, che realizzano le potenzialità insite nell’oggetto stesso. I nomenclatori studiano le varie permutazioni che possono portare alla costruzione di nuovi buoni nomi in grado di animare nuovi golem per esempio e far svolgere loro compiti più difficili. Il buon lavoro svolti con la creazione di nuovi epiteti di destrezza fa sì che venga reclutato in un progetto segreto destinato alla sopravvivenza della razza umana stessa. Ciascun spermatozoo maschile contiene un homunculus, un feto in miniatura che ha bisogno di incontrare l’ovulo materno per proseguire nello sviluppo. Ma tutta la discendenza umana era già racchiusa nel primo uomo: i suoi figli nei suoi spermatozoi, i suoi nipoti negli spermatozoi dei suoi figli e via dicendo. Durante esperimenti che in origine volevano verificare la fissità della specie umana alcuni scienziati francesi hanno trovato la maniera di far sviluppare ciascun homunculus fino a raggiungere le dimensioni umane, creando un cosiddetto megafeto, i cui spermatozoi potevano essere a loro volta fatti sviluppare fino alla condizione di megafeto e via dicendo in un procedimento ricorsivo che avrebbe permesso di notare possibili evoluzioni di forma nel corso delle generazioni. Si è scoperto però che il potenziale generazionale umano si sta avvicinando al termine: in media a partire della generazione attuale è possibile produrre cinque serie di discendenza prima che l’ultima sia priva di spermatozoi. Il piano è quindi trovare un buon nome per la razza umana che dovrebbe imprimere l’ovulo dandogli la forma, il progetto da eseguire, replicando la funzione del feto contenuto nello spermatozoo maschile. Gli ideatori del progetto però hanno intenzione di sfruttare tutto questo anche per imporre un controllo delle nascite alle classi meno abbienti, cosa cui Stratton è assolutamente contraria. Sfruttando un nome inventato da un cabalista religiosa, in grado di tradurre l’idea di “riflessività”, che operava facendo ad esempio scrivere ad un golem il proprio nome, Stratton risolve il problema trovando una soluzione che evita la necessità della procedura di imposizione del nome e quindi elimina ogni possibilità di controllo delle nascite. Creando infatti un nome in cui si fondono gli epiteti umani con l’invenzione del cabalista e imponendolo ad una prima generazione di ovuli, l’uomo o la donna generati creeranno da soli il proprio nome trasmettendolo di generazione in generazione.

Citazione:

[1] La soluzione era imprimere nell’ovulo un autonimo, e così indurre un feto che portasse il proprio nome. Il nome avrebbe avuto due versioni, come era stato proposto inizialmente: la prima da usare per indurre feti maschi, e un’altra per feti femmine. Le donne concepite in questo modo sarebbero state fertili come sempre. Anche gli uomini concepiti così sarebbero stati fertili, ma non nella maniera usuale: i loro spermatozoi non avrebbero contenuto feti preformati, ma avrebbero invece portato già impresso uno dei due nomi. E quando uno spermatozoo del genere avesse raggiunto un ovulo, il nome avrebbe indotto la creazione di un nuovo feto. La specie sarebbe stata in grado di riprodursi senza intervento medico, perché avrebbe portato il nome dentro di sé. Stratton e il dottor Ashbourne avevano dato per scontato che creare animali capaci di riprodursi volesse dire dotarli di feti preformati, perché quello era il metodo impiegato dalla natura. Di conseguenza avevano trascurato un’altra possibilità: se una creatura poteva essere espressa in un nome, riprodurre questa creatura equivaleva a trascriverne il nome. Un organismo, invece del minuscolo equivalente del proprio corpo, avrebbe potuto contenerne una rappresentazione lessicale.

[2] Già stava trasponendo le lettere nella propria mente, cercando una permutazione che denotasse sia il corpo umano che sé stessa. Una codifica ontonegetica della specie.