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QUANDO LE RADICI

Idea: 3/5 Trama: 2/5 Stile: 4/5

Titolo Originale: QUANDO LE RADICI
Autore: Lino Aldani
Anno: 1977
Genere: FS Sociologica
Edizione: Mondadori – Urania Collezione n.80

 

Commento:
Il romanzo è ambientato in un’Italia totalmente trasformata: quasi l’intera popolazione vive in poche enormi megalopoli (la Milano che si estende ormai fino al confine svizzero, la Firenze-Prato, l’enorme Roma-Civitavecchia, la Genova che occupa ormai l’intera Liguria etc…) mentre tutti le altre cittadine o paesi di campagna sono stati distrutti e trasformati in una immensa distesa agricola a produzione ultra-intensiva, secondo la politica della cosiddetta agricoltura industrializzata. Sullo sfondo, mai descritto esplicitamente, si intuisce la presenza di un potere politico forte e misterioso… nell’opera si accenna talvolta ad una rivoluzione, si usa l’appellativo “compagno”, si maledicono i “governanti ladri che di comunista non hanno più niente”, la produzione agricola è gestita da cooperative che nella realtà sono però proprietà di pochi privilegiati: il tutto fa pensare ad una rivoluzione fallita, un tentativo di governo socialista naufragato e che ha tradito le aspettative di molti (forse è lo stesso autore, con esperienze partigiane e dichiaratamente di sinistra, a parlare, denunciando il fallimento del “socialismo reale”). 
Il protagonista del romanzo è Arno Varin, un giovane di quasi trent’anni che vive nella megalopoli romana e lavora come impiegato presso l’Istituto Centrale Urbanistico controllando schede perforate per cinque ore consecutive, senza sapere, come tutti del resto, il significato del suo lavoro ed il ruolo dell’Istituto stesso. Arno è l’archetipo del lavoratore estraniato, perfetto ingranaggio del potere, succube di una vita monotona e grigia, la cui volontà è annebbiata dalle lusinghe dell’alcool e del sesso facile che la società regala a tutti. Il dubbio, la domanda che nessuno si è mai posto, a cosa serviranno mai le schede perforate che per ore deve controllare, è l’interruttore che fa scattare la vita di Arno, che decide di lasciare Roma per trasferirsi in ciò che rimane di Pieve Longa, il minuscolo paesino in cui ebbe i natali. Ma i mostri della sua vita precedente lo raggiungeranno anche nel suo eremo, da cui dovrà fuggire e iniziare, per la seconda volta, una nuova vita.
Arno, il protagonista, è l’uomo in fuga dall’omologazione, dalla massificazione, dall’esistenza annebbiata dai frutti che la scienza e la tecnologia hanno donato all’uomo privandolo però del contatto con la terra e la natura, di rapporti interpersonali veri, contrapposti alla finzione all’ipocrisia della vita sociale metropolitana, che Arno ritrova nella piccola comunità di anziani che ancora si ostina a vivere a Pieve Longa. E’ tra questi vecchi rudi contadini, trogloditi senza acqua corrente né elettricità, che se ne fregano della notizia dello sbarco su Marte annunciata dalla radio, che Arno riprende realmente a vivere.
Il romanzo non è particolarmente ricco di idee o di spunti innovativi: l’Italia del futuro tratteggiata dall’autore si differenzia dal suo, e fondamentalmente anche nostro, presente solo per l’urbanizzazione massiccia che ha cambiato la geografia del paese e il tema trattato, il disagio di fronte alla modernità e alla vita artificiale condotta nelle grandi città, non è certamente nuovo. L’opera costituisce comunque una lettura gradevole e interessante per l’italianità dell’autore e dell’ambientazione.

Trama (attenzione spoiler!):
Arno Varin è un giovane ventottenne che vive da solo in un anonimo palazzo di trenta piani insieme ad altre cinquemila persone nella megalopoli di Roma del 1998 e lavora presso l’Istituto Centrale Urbanistico con delle mansioni di cui ignora il significato o l’utilità. Il suo rifugio, dove si reca ogni tanto, è Pieve Longa, il paesino dove è nato, ormai abitato da pochi vecchi contadini. La sua ultima visita è interrotta per tornare a Roma, all’appuntamento fissato con una donna del gruppo di incontri sessuali “Felce Azzurra”. L’appuntamento ha un esito catastrofico e Arno cerca rifugio in un locale notturno per sbronzarsi ma viene trascinato da un conoscente ad una festa in casa di una donna di nome Milena. Nel suo studio Arno legge una poesia che descrive un paesaggio bucolico e risponde d’impulso alla domanda “Ma esiste ancora un paese così?” scritta sulla medesima pagina scrivendo a margine “Esiste!”, col pensiero alla sua Pieve Longa.
Arno matura la decisione di trasferirsi a Pieve Longa nonostante i consigli e i pareri contrari del suo amico “il Politico” e del suo capoufficio. Tornato a casa, vi trova Milena che convince a seguirlo. La donna però, schifata dalla vita rozza e senza comodità che si conduce in campagna, lo abbandona dopo solo una notte. Arno comunque non desiste e decide, aiutato dai pochi anziani rimasti nel paese, di trasferirsi nella casa abbandonata della sorella di uno di questi. Nei giorni successivi, Arno passa il tempo a pescare e si integra perfettamente negli usi e nelle abitudini di Pieve Longa: le chiacchierate all’osteria, la cottura del pane, una strana imitazione della messa domenicale tenuta da un ex sacrestano. Arno aspetta inutilmente il ritorno di Milena, quando un gruppo di rom girovaghi giunge in paese. Rama, la sorella del capo rom, lo sceglie come suo marito rompendo un’anfora ai suoi piedi ma l’uomo rifiuta di abbandonare il paese. 
Ritornato a Roma per ritrovare Milena, la scopre in uno stato pietoso a causa delle droghe di cui faceva abitualmente uso. Sconvolto, Arno vende la macchina e torna in treno fino Piacenza. Dopo un tratto percorso a bordo di un autotreno, trova fortuitamente la carovana di Rama che gli dà ospitalità e gli evita il lungo tratto a piedi fino a Pieve Longa. Arrivato sul posto, Arno scopre però che sono cominciati i lavori per l’autostrada, la cui costruzione minaccia il paese. Giunto nei pressi del fiume in cui il giovane andava a pescare, vede una mostruosa macchina intenta a distruggere ettari di bosco e aggredisce l’operaio che la manovra; durante la colluttazione la macchina sfugge al controllo e si inabissa nel fiume. Gli anziani di Pieve Lunga, giunti sul posto, convincono Arno a fuggire prima di essere catturato mentre cercano di coprire l’azione del giovane che raggiunge i rom partiti da poco dal villaggio.

Citazione:

[Arno capisce…]

Ebbe la fulminea conferma che l'I.C.U. e le altre decine di migliaia di enti inutili disseminati in tutta Italia, altro non fossero che semplici aree di parcheggio per assorbire la disoccupazione intellettuale. Le schede che uscivano da quella macchina fetente non significavano nulla, non servivano a niente, erano solo un giochetto idiota per tenerlo occupato. Occupato e sottoposto. E soprattutto ligio al sistema.