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NESSUN UOMO E' MIO FRATELLO

Idea: 4/5 Trama: 3/5 Stile: 5/5

Titolo Originale: NESSUN UOMO E' MIO FRATELLO
Autore: Clelia Farris
Anno: 2009
Genere: FS Sociologica
Edizione: DelosBooks – Odissea n.37

 

Commento:
Il romanzo è ambientato in un un luogo e in un tempo imprecisato; diversi indizi suggeriscono però un'ambientazione nel sud est asiatico in un'epoca grosso modo contemporanea alla nostra. Lo scenario dipinto ritrae infatti la tipica società di un paese in via di sviluppo, megalopoli moderne circondate da campagne culturalmente arretrate dove il ritmo della vita procede ancora al passo della natura e seguendo le tradizioni di sempre.
L'elemento fantascientifico introdotto in questo scenario è uno solo ma comporta una vasta gamma di conseguenze: ogni uomo o donna nasce Vittima o Carnefice. Ad ogni carnefice il destino associata una vittima e la legge gli permette di ucciderla impunemente. All'inizio dell'adolescenza una V oppure una C compaiono sul corpo di ogni persona, permettendo di identificarne la natura, con un minuscolo neo o un segno ben marcato sul viso o, in rari casi, attraverso la forma di alcuni organi interni. Non viene fornita nessuna spiegazione sull'origine del segno esistenziale: potrebbe essere connaturato alla gente del luogo o il prodotto di qualche mutazione genetica, forse addirittura la conseguenza di un virus o di una manipolazione artificiale...
Ad ogni modo, tutti cercano di nascondere la propria natura celando il segno esistenziale con appositi cosmetici ma ogni vittima è in costante allerta, perchè sa di essere braccata in ogni momento... La condizione esistenziale di vittima pone la persona in una condizione di inferiorità, quella V posta da qualche parta sul proprio corpo è un marchio di vergogna che ne macchia l'esistenza e che deve essere celato in ogni modo, dissimulando magari la propria natura con un atteggiamento arrogante, aggressivo tale quale ci si può aspettare da un carnefice.
Il protagonista del romanzo è un giovane contadino, Enki Tath Minh. Reca su di sè la V che lo identifica come Vittima ma rifiuta le convenzioni sociali e prova un odio profondo verso i suoi simili che come animali al macello accettano i soprusi, le ingiustizie che si commettono ai loro danni. La sua lotta è la prosecuzione, anzi se vogliamo la naturale evoluzione, delle battaglie sociali e politiche condotte in passato dai suoi stessi genitori (i cui vaghi accenni ricordano in parte le lotte di movimenti contadini e operai come li conosciamo). Enki trascorre l'infanzia e l'adolescenza lavorando insieme a suo padre in una risaia, non ricordando praticamente nulla della propria madre. Il ritrovamento di alcuni oggetti posseduti dalla donna dà il via ad un escalation di conflittualità e violenza tra Enki e il padre che, complice la sua natura di carnefice, diviene il simbolo della natura feroce, bestiale, delle ingiustizie che Enki e le altre vittime devono sopportare e contro le quali il ragazzo vuole combattere. Enki rovescia la prospettiva comune, compiacendosi al tempo stesso sia della sua natura di vittima, la cui purezza viene associata alla madre in contrapposizione alla malvagia natura del carnefice paterno che, irrazionalmente, ha sempre incolpato della morte della donna, che del suo ruolo messianico, da liberatore.
Il romanzo è scritto con uno stile di altissimo livello. L'autrice ha pieno successo nel trasportare il lettore nella società contadina in cui la vicenda inizialmente si snoda, introducendo poco a poco le caratteristiche e le conseguenze sociali e psicologiche del segno esistenziale. La prosa è scorrevole, il vocabolario ricco, la narrazione fluente. I personaggi sono resi con maestria, le tinte quasi sadiche con cui sono dipinti alcuni (il padre di Enki primo fra tutti) ricordano la grottesca malvagità di Dickens. La trama è semplice, lontana dai complicati intrecci che si è abituati a vedere in altri tipi di fantascienza; le scene e gli episodi descritti proseguono ad un ritmo sempre più veloce e incalzante al progredire della vicenda, conducendo il lettore verso un finale avvincente e inaspettato.
Il mondo descritto dall'autrice è a tinte fosche, la dicotomia vittime / carnefici allude chiaramente allo stato in cui si trova a società reale, corrosa e distrutta da una conflittualità sempre più diffusa, da un egoismo che cancella ogni legame con la comunità. Tutti noi ci sentiamo vittime, sempre all'erta, impauriti dal possibile arrivo del nostro carnefice. Ma, come il finale chiarirà, c'è ancora una speranza: il destino non è immutabile ed è possibile lottare per modificare le cose. Enki lo ha dimostrato: nostra e solo nostra è la scelta di come vivere ogni giorno della nostra vita.
In conclusione, una lettura assolutamente consigliata e che rimarrà impressa in ogni lettore, forse non tanto per i contenuti, buoni sì ma non eccezionali, quanto per l'atmosfera e i toni con cui sono stati resi.

Trama (attenzione spoiler!):
La prima parte del romanzo vede Enki ancora ragazzino vivere col padre, un uomo dispotico, violento, taciturno e abbastanza isolato dal resto della comunità. Enki lavora insieme a lui alla risaia, trascorrendo il tempo libero con i suoi amici di una tranquilla comunità rurale. Per alcuni sabati Enki e il suo gruppetto assistono ad un processo che vede l'imputato, un ricco possidente, accusato di omicidio. La difesa che si reggeva sul fatto che l'ucciso stesse insidiando la moglie dell'imputato crolla di fronte alla scoperta della natura di vittima dell'imputato medesimo e, soprattutto, di come l'uomo ucciso fosse il suo carnefice... Al termine di una di queste sedute Enki e i suoi tornano a casa ubriachi. Il padre lo punisce incaricandolo di pulire e sistemare il solaio durante i sabati pomeriggio. Qui Enki scopre alcuni oggetti e alcuni indumenti indossati dalla madre, di cui non ha praticamente alcun ricordo. Il ragazzo cerca di nascondere alcune delle cose ritrovate ma il padre le scopre; decide dunque di affidare ad un suo amico le uniche cose sfuggite all'uomo: un reggiseno rosa della donna e un volantino di protesta ai tempi dei moti di ribellione contadina a cui, apprende in seguito, parteciparono entrambi i suoi genitori.
Ritroviamo Enki alcuni anni dopo, a circa 18 anni di età. Alcuni suoi amici di infanzia si sono trasferiti mentre altri legami si sono rotti dopo la scoperta dei diversi segni esistenziali. Il rapporto col padre è andato peggiorando e l'uomo dimostra segni di squilibrio, attraversando crisi isteriche e manifestando reazioni scomposte. Il tutto, apprenderà in seguito Enki, è dovuto ad un fungo, tipico delle coltivazioni di riso, che ha attaccato il cervello dell'uomo. Al termine dell'ennesima lite degenerata in violenza sconsiderata, Enki uccide il padre. Confuso, si incammina, con un braccio rotto, verso la centrale di polizia, deciso a costituirsi. Viene però raccolto in macchina e soccorso da Temos, la dottoressa della comunità, che è impaurita dalle conseguenze che avrebbe la scoperta della scarsa attenzione data alla malattia che ha colpito il padre di Enki. Enki rimane per tutto il tempo della guarigione presso la casa di Temos, proponendole poi di diventare la sua guardia del corpo. Col tempo Enki diventa anche il suo assistente, trasferendosi insieme alla dottoressa presso una località in riva all'oceano. Qui, un uomo curato dalla dottoressa avrebbe bisogno di un trapianto ma la legge vieta di poter dornare organi a una vittima ma Enki però accusa di Temos di curare in maniera differente vittime e carnefici, tradendo il giuramento della sua professione. La lite scava tra i due una ferita non più rimarginabile.
Con un salto di diversi anni, ritroviamo Enki, ora adulto, vivere nelle città (tutte aventi come nome il prefisso Mega seguito da un numero) nei panni di un particolare investigatore privato, assoldato dalle vittime per scoprire e possibilmente neutralizzare in qualche maniera il loro carnefice. Una madre maltrattata e umiliata dal figlio minore, suo carnefice, straziata dal dolore, si rivolge a Enki, il quale prima di tutto accerta la corrispondenza tra i due e poi trova il modo di spedire il figlio in un viaggio studio all'estero. Un uomo, che subisce le angherie di un vicino prepotente, che pensa essere il colpevole dei ripetuti atti vandalici compiuti verso la sua casa, si affida ad Enki, scoprendo poi che il suo vicino è in realtà anch'egli una vittima e che la responsabile degli atti vandalici è in realtà sua moglie... Enki viene contattato infine da una donna di nome Yelem Kaleebax, il cui segno esistenziale di vittima è impresso, così nettamente da sfiorare l'oscenità, sulla fronte. La donna afferma di vivere da anni, segregata in casa, per il timore che nutre nei confronti del suo ex fidanzato che, per gli atteggiamenti violenti e maniacali, sospetta essere il suo carnefice. Enki nel corso delle indagini scopre che l'uomo in questione ha utilizzato nel corso degli anni diverse cavie umane sui suoi esperimenti riguardo alla possibile modifica del segno esistenziale. Alla fine, due clamorose rivelazioni lo attendono: la Yelem che conosce è in realtà una carnefice ed è la sorella della vera Yelem, della quale ha cercato follemente di far rivivere l'innocenza e carnefice è in realtà Enki stesso: il suo segno di vittima sul corpo è dovuto soltanto ad un gene recessivo. Yaela, il vero nome della donna, alla fine si suicida, confessando a Enki il suo senso di colpa per la sua natura di carnefice.